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Art of Gaming, fantasy, horror, PS3, RPG, videogames

Dark Souls: un viaggio senza speranza

Diario di gioco che ho scritto per Art of Gaming dedicato a questo incredibile gioco che, l’anno scorso, ha saputo scioccare i giocatori di tutto il mondo. Attenzione, contiene spoiler.

Sono intrappolato in un incubo. Non so come ci sono finito, non ricordo nulla, se non che mi sono svegliato in una cella umida e puzzolente, con un cadavere ai miei piedi. Ho a malapena capito come sono riuscito a fuggire da quella prigione infestata, e ho temuto seriamente di morire quando un corvo gigantesco mi ha afferrato con le zampe e mi ha trasportato in volo, per ore… Ma ancora non sapevo. Il volatile mi depositò sul fianco di una montagna, vicino a quelle che sembravano essere le rovine di un tempio. Un uomo sedeva accanto ad un falò, vicino ad un cimitero. Vedendomi, aveva riso di me, limitandosi a dirmi che l’unico modo (si dice) di lasciare quelle terre, consiste nel suonare le due Campane del Risveglio. Una si trova in alto, oltre al Borgo dei Non-Morti (che nome lugubre), l’altra, in profondità, oltre la Città Infame. Mi ha consigliato di riposare accanto a quel fuoco, dicendo che tanto, di tempo, ne ho quanto ne voglio. Non capisco a cosa alludesse, ma non ricordo nulla della mia vira prima del mio risveglio. È già un miracolo se mi ricordo il mio nome.
Durante la notte non sono riuscito a dormire mai sul serio. Il rumore incessante del vento, a quell’altezza, era come un ululato perenne. Rigirandomi a terra, vicino al fuoco, vidi una sagoma, proprio di fronte a me. Era totalmente trasparente, solo i confini erano appena appena visibili, raggi di luce lunare che la attraversavano. Sembrava si stesse riscaldando al calore del falò come stavo facendo io. Non riuscì a capire se mi stesse guardando, da sotto l’elmo che indossava, prima di svanire nel vuoto, lasciandomi di nuovo da solo.

Il mattino dopo, all’alba, ho raggiunto il vecchio acquedotto, e da li sono arrivato al villaggio abbandonato. Gli architetti di allora hanno fatto un lavoro egregio: un intero borgo praticamente sospeso nel vuoto in una gola tra due montagne. Incredibile come tanta roccia possa rimanere su, sorretta solo da strutture semplici. Non potei permettermi però di fare un giro panoramico: il Borgo dei Non-Morti (così l’aveva chiamato il mio “amico”, vicino al tempio) brulicava di zombie. Fetidi soldati dall’aspetto mostruoso, consumati dalla morte perenne, divorati dai vermi, e animati da una volontà incrollabile che li spinge a continuare e perpetrare nel tempo il loro ultimo compito: proteggere le mura del villaggio. Alcuni di loro imbracciano lance, altri spada e scudo, sbeccati, arrugginiti, ma ancora in grado di ferire. Fortunatamente l’arma che ho con me, trovata su un cadavere accanto al tempio, è risultata essere altrettanto letale. Ma non è stato facile arrivare alla Torre di Guardia: ho dovuto studiare approfonditamente i movimenti dei miei avversari, capire le strategie che i loro cervelli ormai ridotti a poltiglia continuano a fargli adottare. In vita, devono essere stati dei soldati modello, se adesso i loro corpi riescono ancora a ricordare inconsciamente gli addestramenti militari ricevuti. Per fortuna, il loro spirito è stato annientato dalla morte, e la loro esistenza è una pallida imitazione di quella originale. Li uccido, ma continuano a rialzarsi. Li decapito, ma basta che io mi giri un attimo, per vederli ancora lì, pronti a saltarmi addosso non appena varco limiti che solo loro vedono. Mantengono le posizioni che gli furono assegnate in vita, ignorandomi totalmente se entro in alcune case per cercare un attimo di requie. Tutto questo è esasperante, ma le seppur lievi ferite che mi sono procurato non faticano a guarire. Dal Borgo riuscivo a scorgere il campanile da raggiungere, che nonostante tutto sembrava sempre troppo lontano. Le volute delle torri, dei camminamenti, degli edifici in cui mi aggiravo erano una sorta di labirinto da studiare, prima di poter arrivare a destinazione.

Ieri ho ucciso la creatura più bella che avessi mai visto. Il suo lamento finale mi ha straziato. Eppure ho dovuto farlo. Ero riuscito a suonare la prima Campana del Risveglio, ma non era successo nulla. Chissà perché, mi aspettavo un segno, qualcosa, che mi facesse capire che ero a metà dell’opera. Ma niente. Solo la luce del sole, che faceva breccia negli strami di nuvole onnipresenti, ha saputo infondermi un po’ di coraggio. Sulla parete del campanile, come la notte prima, il mio “amico invisibile” aveva scritto un messaggio: “Rendi gloria al Sole!” Non so cosa significasse, ma non potei fare a meno di stare a guardarlo, finché rimase visibile. Dal Borgo, ho quindi cominciato la mia discesa verso il basso. La cattedrale poggiava sulle fondamenta di una chiesa più antica e modesta, meno pretenziosa e sobria nell’architettura. Se gli dei sono mai esistiti, è anche vero che ormai non guardano più verso la terra.

Anche la natura, incontaminata, rappresenta un grave pericolo per chiunque osi avvicinarsi al cuore del mondo. Sotto la chiesa infatti, ho trovato un passaggio per dei boschi apparentemente incontaminati. Acqua, verde, pietra grezza. In una radura poi, ho incontrato un eterogeneo gruppo di persone. Erano accampati pacificamente, e quello che sembrava essere un uomo di chiesa, stava recitando alcune preghiere. Mi avvicinai: finalmente un po’ di compagnia umana! Proprio l’uomo di fede sgranò gli occhi quando mi vide. Afferrò la mazza che portava appesa alla cintola e gridò ai suoi compagni di attaccarmi: “Un altro! Ce n’è un altro! Per Alvina!” Mentre i suoi compagni impugnavano le armi, non potei fare a meno di notare un passaggio sospeso dietro le loro spalle. Ma avrei dovuto superare i miei avversari, ed ero troppo stanco per farcela. Uno di loro, intanto, aveva sollevato sopra la testa un talismano, e cantilenando una strana nenia, l’aveva fatto brillare di luce propria! Tornai indietro da dove ero venuto, facendomi largo tra una fittissima vegetazione (e avrei giurato di vedere anche qualche albero muoversi spontaneamente). Correndo, persi di vista il sentiero che avevo percorso arrivando, e mi ritrovai così sperduto nella foresta. Perlomeno i miei inseguitori si erano arresi. Girovagando praticamente alla cieca, arrivai di fronte al rudere di quello che una volta doveva essere stata un piccolo torrione di guardia. Lo scalai, sperando di avere una visione un po’ più chiara della mia situazione, dall’alto. Giunto in cima, rimasi a bocca aperta. La torre era collegata ad un’altra costruzione, e il camminamento che le univa mi permise di ammirare la bellezza di tutto quello che mi circondava. Una cascata che formava un lago di acqua pura all’interno del quale un’idra stava bagnandosi, le sette teste che si contorcevano e ruggivano, ignare di tutto. Una fitta foresta popolata da enormi esseri di cristallo. E poi vidi lei, maestosa, splendida, i cui colori la facevano quasi confondere con il resto del panorama notturno, in cui brillanti lucciole eseguivano agilissime acrobazie volanti tracciando scie luminose. Non potei fare a meno di rimanere lì, a fissare le sue ali quasi trasparenti ma in grado di sostenere quel corpo massiccio e gigantesco ma aggraziato in volo.

Una farfalla enorme si librava davanti ai miei occhi, e i sinuosi movimenti assolutamente spontanei che compiva mi commossero. Non mi aveva ancora visto, perché mi ignorava completamente. Ma non potevo rimanere lì, anche se ne ero tentato. Mi avviai verso l’altro versante della gola, ma lei si accorse di me, quando il tintinnare della mia armatura disturbò il silenzio quasi tangibile che regnava in quell’angolo di paradiso. Si volse versò di me, quasi ipnotizzandomi con il suo sbattere di ali. Il suo ventre cominciò ad illuminarsi di una luce verde, che rischiarò il luogo permettendomi di vedere meglio. Sul fondo del baratro, sotto di noi, vi erano cadaveri, ammassati uno sull’altro! La luce che si era formata sembrò farsi tangibile, e venne proiettata in mia direzione. Ero estasiato e allo stesso tempo volevo fuggire di lì. Mi mossi troppo tardi, e quando quella sorta di lancia di luce mi colpi, il dolore fu lancinante. Sentì la vita cominciare ad abbandonarmi, e mentre vedevo il ventre della farfalla illuminarsi nuovamente, mentre lei si spostava per avere libera la visuale su di me, che intanto avevo cercato riparo dietro a quel che rimaneva di un muretto, incoccai una freccia e presi la mira. La luce prese nuovamente a dirigersi verso di me. La punta della mia freccia era già sul bersaglio. Non volevo farlo. Ma sarei morto, dovevo difendermi, sapevo che era l’unica cosa da fare. Ma non appena scoccai il colpo sentì qualcosa dentro di me rompersi. Era la consapevolezza del peccato mortale che stavo commettendo, distruggendo una creatura di tale bellezza e splendore. La mia anima non sarebbe mai più stata redenta, dopo quell’atto di devastazione e brutalità  contro tale meraviglia. Rimasi lì a vedere il corpo dissolversi nel vuoto ancor prima di toccare terra, esplodendo in un milione di luci che rischiararono a giorno tutto ciò che era compreso nella mia visuale.

Ma questo mi sembra già un ricordo di tanto tempo fa, di un’altra vita quasi. Sono bloccato nelle profondità del borgo diroccato. Perso, senza alcuna guida, non trovo la via d’uscita da questo umido e maleodorante ricettacolo di lerciume. Topi giganti si riproducono nelle pozzanghere di queste gallerie, e melme divoratrici cercano la prossima preda di cui cibarsi. Mi sento debole, come non mi ero sentito mai, prima. Nemmeno il ristoro del fuoco magico del falò che ho acceso, nell’unico luogo sicuro in questo labirintico infermo sotterraneo, riesce a lenire il mio stato. Ho provato ad andare ancora più in profondità, ma la sala più grande di questo reticolo di tunnel è occupata da un ospite: un drago enorme, la cui pancia è divisa in due come un paio di enormi labbra che ospitano fila e fila di denti aguzzi. Ho provato a combatterlo, ma sono troppo debole: da quando quella specie di lucertola mi ha spruzzato addosso del gas venefico addosso tutto è più difficile. Anche solo sollevare la mia spada, e indossare l’armatura sembra quasi una tortura piuttosto che una protezione. Ho combattuto comunque e non so come ho fatto a sopravvivere. Il drago ha sollevato una zampa, e mi ha calpestato come fossi una formica. Sentì le ossa spezzarsi, i miei organi interni lacerarsi e farsi poltiglia, il cervello spegnersi fortunatamente prima di percepire il dolore. E poi mi sono risvegliato qui. Non capisco se si sia trattato di un sogno.

Attorno a me, altri spettri cercano di comunicare lasciando messaggi che non sono in grado di decifrare. “Serve un miracolo.” è l’ultima frase che leggo, prima di lasciare la piccola alcova segreta che mi ospita, sperando di non incappare di nuovo in qualcuna delle creature che mi hanno ridotto così. Ma le mie membra sono pesanti, il mio corpo sempre più etereo, la mia mente sempre meno sveglia. Guardo una pozzanghera, a terra, e tremo. Le mie orbite vuote, il mio volto scarnificato, i denti marci. Era tutta un’illusione. Sono morto anche io. Sono esattamente come le altre creature che infestano questo luogo maledetto. Che stolto sono stato a credere, a sperare, di essere diverso. Questa terra corrotta, queste lande desolate che rispondono al nome di Lordran hanno intrappolato tutti noi in questo stato. E non c’è via di fuga. “Preparati a morire”. Improvvisa, come un’epifania, questa frase riemerge dalla memoria. Furono queste parole a farmi rinvenire nella mia cella, all’inizio di questo tormento. E mentre decido se prendere il corridoio di destra o di sinistra, al prossimo incrocio (ma ha davvero importanza?), non bado quasi nemmeno più al ghoul dietro di me che, faccia al muro, sembra voler mordere la dura roccia. Lui non sa però. Non è cosciente del fatto che se dovesse morire, la sua anima continuerebbe a incarnarsi in quel corpo maledetto, ancora e ancora, fino alla fine dei tempi. Oppure, forse, ha capito tutto, e la sua mente ha ceduto… In questo caso, spero che lo stesso succeda anche a me. Non ce la faccio più… Queste sono le parole che la mia mente mi suggerisce mentre mi incammino di nuovo nei corridoi di questo sistema fognario, venendo inghiottito dal buio.

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Discussione

2 pensieri su “Dark Souls: un viaggio senza speranza

  1. Eccomi sul tuo blog, complimenti per questo post, meglio di cento recensioni del gioco.
    Di Dark Souls so poco, se non che è parecchio difficile, però ambientazione e coinvolgimento mi sembrano davvero a livelli incredibili.

    Pubblicato da Matteo | 21 marzo 2012, 09:13

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  1. Pingback: Dark Souls II: il fato di Drangleic | Distant Visions - 27 aprile 2014

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