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retrogaming, sci-fi, videogame nostalgia, videogames

Beneath a Steel Sky

Fino al 1994, lo strapotere indiscusso in ambito avventure punta e clicca apparteneva a Lucasarts.
È innegabile: allora titoli come Secret of Monkey island e Indiana Jones and the Last Crusade costituivano l’avanguardia di un genere che con gli anni si è evoluto nei seguiti degli stessi e in altri giochi come Sam & Max Hit the Road, Full Thruttle, The Dig, e tanti altri.
L’unica “resistenza” allo strapotere di Lucasarts si poteva contare sulle dita di una mano.
E una di queste dita, probabilmente il dito medio, visto il successo unanime di critica e fan ai tempi, fu costituito proprio da questo Beneath a Steel Sky di Revolution, software house che in seguito divenne famosa per la sua serie portabandiera Broken Sword.
BaSS rappresenta un capitolo un po’ strano della mia vita videoludica.
Ai tempi della sua pubblicazione non avevo ne’ un Amiga ne’ un PC con cui giocarlo, ed è rimasto, fino ad oggi, un “Santo Graal” del genere, non solo come aventura punta&clicca, ma anche come storia di stampo cyberpunk.
Il titolo evocativo funziona in maniera perfetta, riassumendo con una forza e una semplicità disarmanti tanti concetti abusati nella letteratura fantascientifica moderna.
Sapere poi che la grafica era curata da Dave Gibbons (il disegnatore di Watchmen di Alan Moore, nientemeno) non ha fatto altro che attizzare il fuoco della mia curiosità nel tempo, aumentando l’hype in merito a questo glorioso tesoro del passato.
Ora, oltre ad essere abandonware da un sacco di tempo (quindi reperibile gratuitamente in giro nella sua versione originale), BaSS è distrubuito gratuitamente tramite Good Old Games, “sistemato” per girare anche su Windows 7 senza dare problemi, ed è stato anche rimasterizzato su iOS.
Non potevo lasciarmi sfuggire l’opportunità di giocarlo.
Ma può un titolo di 18 anni fa essera ancora appetibile nel 2012, ben 18 anni dopo?

Approcciarsi oggi a un gioco come questo richiede un certo “coraggio”. La paura di essere deluso era tanta ed è stata mitigata solo in parte.
Il gioco è una classica avventura punta e clicca: tasto sinitro del mouse si osserva un elemento, tasto destro lo si usa (se possibile), spostando il cursore nella paarte alta si accede all’inventario con gli oggetti recuperati (per cui i tasti del mouse hanno le stesse funzioni) e stop, fine, gameplay spiegato.
Semplicissimo, lineare, essenziale. Anche troppo. L’impossibile menu del primo Monkey Island era già stato abbandonato anche dalla stessa Lucasarts per fortuna, ma qui siamo forse davvero all’estremo opposto.
Per quel che riguarda l’aspetto tecnico inutile dire che ci troviamo davanti a un esempio di semi-perfezione (per i tempi) in grado di unire un’introduzione e una fine “animate” ad una grafica pulita ma non per questo spoglia, piena di dettagli e visivamente completa.

La trama vi vede indossare i panni di Foster, un ragazzo scampato ad un incidente aereo e cresciuto da una tribù fuori dalla città.
Una volta grande, l’orfano viene rapito dalla Security della città, e riportato indietro, dove dovrà scoprire non solo la sua vera identità, ma anche i misteri di una società impazzita, corrotta e al contempo senza controllo. Ma non sarà solo: infatti il piccolo Joey, un robot che ha costruito con le sue mani il nostro protagonista sarà pronto a seguirlo e a sacrificarsi per lui… ma anche a ribattere, prendere in giro e lanciare frecciatine.
Industrializzazione e tecnologia ai massimi livelli, vite umane ridotte alla schiavitù, disparità sociale, disumanizzazione dovuta alla rete LINC, in cui ognuno viene schedato, premiato o declassato in base ai suoi meriti, sempre attribuiti secondo scale di valori impazziti.
Pensate al Brazil di Terry Gilliam piuttosto che a Blade Runner, sia come ambientazione che come tono, serio ma non troppo, con momenti di grottesca ilarità che si oppongono a tragedie di vita quotidiana.

L’unica, vera pecca di Beneath a Steel Sky, è rappresentata dalla esigua quantità. Di tutto.
Poche location da visitare, poche cose da fare e pochi personaggi coi quali interagire, cosa che non aiuta particolarmente la longevità di questo gioco (completabile nel giro di 3 ore di gioco, 5 o 6 se siete al vostro “primo giro”).
Si tratta però di un grande classico del passato, che vista la facile reperibilità non può essere ignorato, specialmente se siete tra gli amanti di un genere ormai quasi scomparso, del retrogaming in generale o delle belle storie fantascientifiche in grado di lasciare il segno.

Il longplay della vesione PC (in 6 parti)

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