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cinema, horror, letteratura, teatro

Frankenstein

– I’ve come to take your life.
– Then why did you create me?
– To prove I could.

Diretto da Danny Boyle
Con Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller

Probabilmente questa è solo la seconda o terza volta che parlo di teatro su questo blog.
Quando succede devo ammettere che non lo faccio per vero interesse nei confronti del medium in se (che non denigro affatto, ma che non conosco abbastanza bene da poterne parlare agilmente) piuttosto per l’opera veicolata.
Trattasi in questo caso del Frankenstein diretto da Danny Boyle e messo in scena in estate a Londra, presso il National Theatre, registrato e proposto ora al cinema.

La storia la conosciamo tutti (o almeno dovremmo, data la sua rilevanza letteraria), quindi vi rimando al riassunto di Wikipedia per la versione breve o ancora meglio vi invito a leggere l’opera intera.
Pensare che una ragazza di circa vent’anni, nel 1816, abbia saputo inventare quasi per gioco un racconto così ricco di spunti filosofici da diventare una pietra miliare della letteratura di genere e non solo è sbalorditivo. E altrettanto sbalorditivo è stato il lavoro svolto dai creatori di questa pièce, che hanno adattato il racconto in modo superbo, ottenendo diversi premi dalla critica e successo di pubblico.
Fin da subito si capisce che questa versione di Frankenstein è qualcosa di speciale.

Non solo inizia con la nascita del mostro, tagliando quindi un bel pezzo di storia, ma il palco stesso è allestito in modo minimalista ma perfetto, tanto sono bravi i due protagonisti Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller da non necessitare particolari scenografie per attirare l’attenzione.
Non solo le singole performance sono praticamente perfette, ma anche e soprattutto il rapporto tra i due è incredibile tanto che durante le serate di messa in scena originali si sono scambiati i ruoli del dottor Frankenstein e della sua creatura ogni sera, assimilando l’uno dall’altro e viceversa.
La versione proiettata era quella che vedeva Cumberbatch nei panni del mostro e Miller in quelli di Victor, e lo spettacolo si è dimostrato un tour de force (quasi tre ore) in grado di catturare dall’inizio alla fine.

Una storia gotica che racchiude in se tanti temi intramontabili e attuali, quali la responsabilità della scienza, dei genitori nei confronti dei figli, la ricerca delle risposte alle domande fondamentali dell’umanità è resa ancora più profonda dal dualismo e il legame tra i due protagonisti, incapaci di un’esistenza che non preveda anche la presenza dell’altro, ma votati all’annientamento reciproco. Un serpente che si morde la coda, tra istinti primordiali e spietata ragione, che racchiude in se la condizione umana (tragica) della vita.

E se l’opera originale della Shelley è già un capolavoro, questo spettacolo non solo le rende giustizia, ma approfondisce alcune delle idee in modo perfetto, dimostrandosi come pioniere di un nuovo teatro moderno e dinamico, ma non per questo assurdo o esageratamente ricercato.

Capolavoro.

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