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cinema, letteratura, sci-fi

Cloud Atlas

di Tom Tykwer e Lana e Andy Wachowski

con

Halle Berry

Tom Hanks

Hugh Grant

Jim Broadbent

Hugo Weaving

Jim Sturgess

James D’Arcy

Xun Zhou

Ci speravo. Parecchio anche. Il nuovo film dei fratelli Wachowsky aveva le carte in regola per essere un capolavoro. E invece niente da fare, nemmeno loro ce l’hanno fatta. Sia ben chiaro, dopo il primo Matrix non è abbiano fatto chissà cosa: V for Vendetta, tratto comunque da un’idea di altri (l’illustre e antipaticissimo Alan Moore), non era affatto male. E anche questo Cloud Atlas è tratto da un omonimo romanzo di David Mitchell, che però non ho letto e di cui quindi non posso parlare. Il film viene presentato dal trailer (vedete in fondo all’articolo) come una storia incredibile di personaggi diversi i cui destini in qualche modo sono collegati, una storia unica che si sviluppa in diversi luoghi ed ere e il chi scopo è rivelare un quadro più grande.

E in effetti è così, perché le storie alle quali assisteremo sono diverse tra loro, ma colegate tramite un elemento tra i più importanti dell’umanità: l’arte. C’è l’avvocato che offre rifugio a uno schiavo in fuga su un viaggio in nave (nel 1849, nell’Oceano Pacifico). C’è il compositore scozzese che cerca (nel 1936) di dare vita a un’opera perfetta (l’Atlante delle Nuvole del titolo). C’è la giornalista che cerca di smascherare un complotto nucleare nel 1973. C’è l’anziano editore inglese che viene recluso dal fratello in un ospizio. C’è una ragazza artificiale del 2144, a Neo Seoul: che prende coscienza di una sconcertante realtà e diventa un messia e c’è il pastore hawaiiano del 2321, che cerca di sopravvivere in un mondo post apocalittico. QUeste storie, come da presentazione ufficiale sono così collegate tra loro: “La cronaca del viaggio per mare di Adam Ewing nel 1849 diventa un diario pubblicato che Frosbisher legge nel 1936. Le lettere di Frobisher capitano successivamente nelle mani di Luisa Rey nel 1973 e l’inchiesta di Luisa sulla centrale nucleare diventa manoscritto che sarà sottoposto a Cevendish, l’editore. L’avventura contemporanea di Cavendish diviene il soggetto di un film che Sonmi guarda nel 2144 e la dichiarazione di libertà di Sonmi viene ripetuta e ricordata fino a quando, persino in una società che ha perduto libri e tecnologia, la sua dottrina sarà venerata da Zachry e dalla sua tribù nel Ventiquattresimo secolo”.

Tutte queste storie sono raccontate dal film in modo spezzettato, incastrate come i flashback/flashforward di Lost (o anche del recente Once Upon a Time), e obbligano lo spettatore a dover tenere alta l’attenzione, pena il perdersi dei pezzi fondamentali di quello che, ne è certo, sarà un puzzle completo pazzesco! Insomma, un cast stellare che si reinventa in ognua delle ambientazioni, un film di quasi tre ore, effetti speciali e una regia di tutto rispetto saranno lì per dare uno scossone come solo Neo riuscì a fare nell’ormai lontano 1999, no? No. Per niente.

Cloud Atlas purtroppo alla fine della visione si rivela una delusione, anche e soprattutto se ci si pensa meglio. È confezionato benissimo, con tanto mestiere, ma non lascia nulla che non sia una morale piuttosto banale sul modo di cambiare la storia tramite le buone azioni, ergendosi in difesa dei più deboli e degli emarginati (schiavi di colore, gay, donne, anziani, artificiali, abitanti del terzo mondo). E anche soprassedendo sulla banlità del messaggio, basterebbe infatti smontare le 6 storie che lo compongono e rimontarle per vederle in ordine cronologico e accorgersi della loro linearità.

Non sono brutte o altro: divertono, intrigano, appassionano, ma sono troppo brevi per coinvolgere davvero, non sono poi così originali e soprattutto manca quel nonsochè di conclusivo che lasci un messaggio vero in grado di far riflettere. Come l’amato/odiato The Fountain di Aronofsky, che raccontava tre storie simili in epoche diverse, ma il cui fine ultimo era qualcosa di filosoficamente e imprescindibilmente universale come la ricerca della vita eterna. Ripeto, Cloud Atlas non è un brutto film, ma è impossibile non rimanere un po’ spiazzati dalla semplicità della narrazione, una volta che si è saputo mettere assieme i pezzi delle parti che lo compongono.

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