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Sword of Mana

La serie di Square-Enix dedicata alla Spada del Mana non è analizzabile facilmente. Tra i suoi capitoli ci sono alcuni giochi che possono essere considerati dei veri capolavori (come Secret of Mana su SNES, che secondo i fan contende il titolo di miglior action/RPG addirittura a Legend of Zelda: A Link to the Past) e alcuni titoli di nicchia ma adorati dai giocatori affezionati. Sicuramente fa parte di questa seconda categoria il primo Seiken Densetsu per GameBoy, arrivato nel resto del mondo, a causa di strategie di mercato, con il titolo Final Fantasy Adventure negli Stati Uniti e Final Fantasy Mystic Quest in Europa. Nonostante non fosse un “vero” Final Fantasy, presto si guadagnò l’affetto di un fanbase consolidato e, nonostante i difetti che lo contraddistinguono, è rimasto una delle memorie più care per gli utenti del portatile Nintendo che lo giocarono. Ardua impresa sarebbe stata quella di riproporlo in salsa 16 bit nel 2003 su Game Boy Advance. Un’impresa che però, se le cose fossero andate meglio, poteva risultare azzeccatissima!

Sword of Mana per GBA è infatti una mezza delusione. Ci sono troppe cose lasciate “incomplete” per non infastidirsi davanti a tanta potenzialità. Graficamente è ottimo, con il solito look della serie, pieno di fronzoli e personaggi coloratissimi, aprite animati bene e ambientazioni grandiose e piuttosto varie. L’audio fa il suo dovere, anche se alcuni brani sono piuttosto ripetitivi e utilizzati troppo spesso. La giocabilità, di per se, non sarebbe male, presentando, come nella versione originale un hack’n’slash vario, con un sistema fatto di molteplici armi e magie da impiegare per sconfiggere i nemici che vi si pareranno davanti durante l’esplorazione dei dungeon in cui vi troverete con il proseguire della trama.

Peccato che questo sistema sia stato gestito davvero male. Ogni nemico è particolarmente sensibile a un certo tipo di attacco, mentre le altre armi saranno quasi inutili. E in ogni schermata vi capiterà di affrontare diverse tipologie di nemici. Ora, per dover selezionare armi o magie, dovrete per forza di cose aprire il solito menù a ruota tipico della serie e navigare da una voce all’altra per scegliere una nuova arma o incantesimo. Se aggiungete che questi menù sono davvero strutturati male (anche finendolo non ho mai capito se stavo effettivamente indossando l’equipaggiamento più recente o meno), capirete quanto sia frustrante a volte l’idea di affrontare un nuovo combattimento. Per fortuna i mostri sono quasi sempre visibili a schermo e potrete raggirarli facilmente, grazie anche alla loro bassissima intelligenza artificiale. “Intelligenza” che caratterizzerà anche il vostro compagno di viaggio, chiunque esso sia, trasformandolo in un peso che potrete per la maggior parte del tempo ignorare. Il problema è che oltre ad affrontare dungeon zeppi di mostri nel gioco non farete molto, quindi proprio l’aspetto fondamentale dell’esperienza è quello più penalizzato. Si salvano i boss fight, a volte davvero impegnativi e che vi metteranno di fronte ad avversari enormi e apparentemente difficilissimi, ma che una volta sconfitti vi faranno davvero esultare!

Oltre a ciò prendete un sistema di crafting assolutamente criptico (da sempre flagello della serie, e chi ha giocato a Legend of Mana su PSOne ne sa qualcosa), delle sidequest altrettanto misteriose e alcuni enigmi impossibili da risolvere a causa della totale mancanza di coerenza interna e avrete un gioco bello da vedere, ma noiosissimo da giocare. Oltre a ciò, la trama non proprio originale è presentata tramite dialoghi infantili e a mio avviso tradotti male, che sembrano usciti dai manga peggio scritti di sempre, con una sequenzialità di battute a volte senza senso.

Ed è un peccato, perchè come detto in apertura la prima storia della Spada del Mana poteva essere davvero sfruttata meglio, visti i (pochi) punti di forza di questo remake. Anche la possibilità di giocare l’avventura nei panni del protagonista maschile o femminile era una buona idea per allungare la longevità, ma dubito che qualcuno si sia preso la briga di rigiocarlo per vedere le differenze tra i due scenari.

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