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Dark Souls II: il fato di Drangleic

IMPORTANTE: questo breve diario di gioco contiene TANTI spoiler su Dark Souls II. L’ho scritto dopo aver finalmente completato quest’opera magnifica, che come per il primo capitolo, si merita più di una fredda recensione. Se avete finito il gioco, allora proseguite, magari facendo accompagnare la lettura dal video qui sotto.

Il buio che mi avvolge è totale. La fiamma che pensavo di portare dentro di me si sta affievolendo sempre di più, e mi sembra quasi di sentire l’eco dei miei pensieri in questa “sala del trono” che somiglia più a una prigione. Perché Vendrick ha nascosto questo scranno di roccia così in profondità? Forse voleva impedire alla sua amata Nashandra di sedervisi? Possibile che, nonostante tutto, la amasse ancora?

Non lo saprò mai. L’incontro con il re è stato traumatico. La sua fuga dal castello di Drangleic è stata inutile, il suo esilio l’ha condannato alla follia. Pare che sia impossibile sottrarsi al decadimento della mente in questo luogo. Eppure, io ricordo qualcosa. Ricordo un luogo di nome Lordran, ricordo quattro esseri potentissimi le cui anime mi hanno permesso di ascendere e di ripristinare l’equilibrio. Ma a quale costo? Questi ricordi sono confusi nella mia mente, come se appartenessero a qualcun altro. Ero io quel non-morto? No, non credo. Ma allora cosa è successo? Queste terre sono così piene di richiami a Lordran, che sembra impossibile scindere le due realtà.

Da quando sono arrivato (da dove, poi?) non ho fatto altro che lottare. Ho distrutto un gigante, l’ultimo della sua stirpe. Ho dato requie ad un essere spregevole nelle profondità della terra. Ho assassinato una prigioniera nella sua cella solitaria. Ho sconfitto una creatura spregevole, opera di un folle duca che ha sperimentato con la vita stessa. E sono sopravvissuto al Re di Ferro, che nella sua vanagloria ha fatto sprofondare la sua fortezza nella stessa lava che l’ha divorato, quando era ancora in vita.

Sono morto, più e più volte. Eppure la forza vitale legata ai falò che ho incontrato lungo il percorso mi ha sempre riportato in vita, seppur ogni volta più debole di prima. Mi hanno chiamato “maledetto”, e il marchio che porto sulla pelle è una testimonianza della mia condizione. Se esistono divinità in questo luogo di perdizione, saranno loro le responsabili di quello che sta accadendo? L’unica traccia che ho trovato è stata una statua del figlio del dio del Sole (quando ci penso non fa che venirmi in mente il nome Gwyn…), ma era in pezzi, all’interno di una zona incancrenita di terra, i cui miasmi letali avevano sopraffatto tanti visitatori. Ma è stato in quel luogo che ho incontrato una viaggiatrice apparentemente intoccata dal fato che attende gli altri girovaghi. Tornata a Majula, il villaggio da cui sono partito, non è stata però in grado di riconoscere suo padre. Ma è un’esperta in rocce e minerali, che sono riuscito ad acquistare scambiandoli con alcune delle anime dei nemici caduti sotto i colpi della mia spada, divenuta sempre più potente proprio grazie a quelle pietre.

Ah, Majula. Ora mi manca la tua desolazione: a picco sul mare, ma baciata da un perenne tramonto infuocato. Qui, nell’oscurità di questa grotta, ripenso alle parole della donna che mi ha guidato da quando sono arrivato. L’Araldo di Smeraldo. Le sue ultime parole, rassegnate, mi hanno distrutto. Lei non aspetta altro che la distruzione di Drangleic, per riunirsi al drago che la generò. Mi ha aiutato a crescere, mi ha mostrato la via, e mi ha consegnato una piuma in grado di farmi tornare da lei in qualsiasi momento. Ma non ora. Lei non c’è più, e la piuma ha perso la sua magia. Prima di salutarmi mi ha detto che quella stessa piuma era responsabile del mondo, e che tutta Drangleic non è che il sogno di un drago antichissimo, cresciuto lontano dai suoi simili. Non sono sicuro di cosa questo voglia dire, ma non importa più ormai.

Il freddo e l’oscurità stanno prendendo il sopravvento, e mi sento sempre più vicino a Re Vendrick. Che lo stato di follia in cui l’ho trovato sia stata la punizione per aver confinato suo fratello Aldia in esilio? Oppure è stata la regina a obbligarlo a fuggire, come mi ha spiegato il cancelliere del castello? O sarà stato il cercare di assimilare le anime dei giganti? Il cercare di piegare le anime al suo volere, creando mostruosi costrutti? A nulla è valsa la sua ritirata nelle profondità della terra, a nulla è servito farsi scortare dal suo più fidato cavaliere, nulla di buono ha portato il farsi proteggere da un demone delle litania, il condannare le Milfanito alla schiavitù.

E i draghi. Se c’è una sola cosa che non rimpiango di questo mio lungo viaggio, è stato il riuscire a vederli. Sono ancora vivi, immortali, e sovrastano Drangleic oltre le nuvole. I loro nidi, la fortezza costruita in loro onore (da chi?) e il loro signore sono l’eredità di un qualcosa di grandioso e magnifico. Ma allora perché per raggiungere i picchi altissimi dove abitano ho dovuto attraversare una porta sigillata dal re stesso? Che sia stato il suo modo di assicurarsi che nessuno indegno raggiungesse quel mondo di perfezione ancestrale? Mi sembra di riuscire a sentire ancora le loro ali sferzare il vento, in quell’eremo pacifico, ma letale per coloro che intendono violarne la sacralità.

E prima di superare quest’ultima porta, sapevo di non essere solo. Benhart, con la sua spada lucente, ha mantenuto la sua parola, ed era al mio fianco mentre combattevo prima i due guardiani e poi la regina. Così come il letale Vengarl, il cui corpo era prigioniero del Duca Tseldora, obbligato da un incantesimo a proteggere uno dei Falò Primordiali. Gli avevo promesso che avrei dato pace al suo corpo, e il suo aiuto nel confronto finale è stato risolutivo. Non so se ce l’avrei fatta senza di loro a sconfiggere il mio ultimo ostacolo. Forse, sarebbe stato meglio così. Non mi troverei su questo freddo “trono del desiderio”, così l’ha chiamato Nashandra prima di attaccarmi, se non ci fossero stati loro due.

Non saprò mai cosa ne è stato della bella Lucatiel, anche se sono quasi sicuro di aver dato l’eterno riposo al suo perduto fratello. E non saprò nemmeno se lo stregone Straid riucirà a tornare a Melfia, al sua patria, che l’ha esiliato.

Ma è tardi per pensare a cosa sarebbe successo se avessi agito diversamente. Le mie azioni mi hanno condotto qui, le mi scelte mi hanno portato a questo momento. La disperazione che mi pervade in questo momento è grande. A differenza dei giganti caduti durante l’assedio del castello vicino a Majula, i miei ricordi non potranno essere rivisitati. Nessuno si ricorderà di me, di quello che ho fatto e di come mi sono sacrificato. Ma la consapevolezza di quello che è passato mi dona un barlume di speranza. Se davvero il ciclo si ripete, se la storia continuerà davvero il suo ciclo eterno, allora forse un giorno lontano anche io tornerò a vedere la luce di un falò, che col suo tepore saprà darmi conforto un’altra volta.

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