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Final Fantasy VI: War of the Magi – Intro

Ci siamo, finalmente un progetto a cui tengo tantissimo trova il suo spazio su questo blog. In un periodo di innovazione tecnica e tecnologica, in cui sembra essere sempre solo importante il numero di poligoni mossi da una console, il valore degli FPS sotto il 60 è scandaloso e il mercato dei JRPG è palesemente in crisi, scrivo di Final Fantasy VI. Una serie di articoli dedicati a questo capolavoro, più o meno approfonditi, che spero vi potranno interessare e far appassionare a questo gioco immortale e fondamentale per chiunque sia un fan del genere e di Square-Enix. Ovviamente, si inizia con un po’ di storia (personale e non) che ci porterà, nei post futuri, ad esaminare i molteplici aspetti di Final Fantasy VI, in tutte le sue versioni. Mi scuso in anticipo per gli spoiler, ma saranno inevitabili per ovvi motivi. Se la lettura vi appassionerà ma volete evirarli, procuratevi il gioco e finitelo prima di proseguire la lettura, che in questo primo appuntamento sarà comunque innocua.

Introduzione 1: Final Fantasy, un sogno fantastico

Una “fantasia finale”, prima di abbandonare l’industria videoludica. Ecco cosa rappresentava il primo Final Fantasy per Squaresoft, nell’ormai lontano 1987. Oggi, nel 2014, è probabile che anche chi non sia interessato ai videogiochi abbia sentito parlare di Final Fantasy, che ha visto anche la produzione di un (criticatissimo) film nel 2001 distribuito in tutto il mondo. Ma nella seconda metà degli anni ’80, per la società di Tokyo sull’orlo del fallimento, quel singolo gioco era un vero e proprio ultimo desiderio prima di eclissarsi.

Seguendo le orme di Enix e del suo Dragon Quest, che su Nintendo Entertainment System aveva fatto faville rappresentando una delle pochissime avventure fantasy dal gusto occidentale, Hironobu Sakaguchi, storico producer di Squaresoft, creò il primo capitolo di una saga che continua ancora oggi. Insieme al raffinato character designer Yoshitaka Amano e al compositore Nobuo Uematsu, diede il via a una saga destinata a grandi cose. Quel semplice, piccolo e lineare primo gioco salvò infatti la società dalla bancarotta, tale fu il successo che riscontrò, e vide addirittura una trasposizione per il mercato americano nel 1990, riuscendo a surclassare il suo diretto avversario. Il sistema a 8 bit di Nintendo non era mai stato sfruttato come in quell’occasione, e Sakaguchi e compagnia riuscirono a stupire non solo per la qualità grafica, ma anche per la sua vastità.

Guidando i quattro Guerrieri della Luce, il giocatore doveva salvare il mondo riportando l’equilibrio tra le forze che lo governano, impossessandosi di quattro cristalli elementali corrotti da altrettanti demoni. Questo sarà uno dei temi portanti della serie, che vedrà il messaggio ecologico coinvolto spessissimo nelle storie narrate in ormai più di 25 anni di produzioni. Anche i cristalli saranno spesso ripresi e considerati fondamentali elementi per il successo degli eroi di volta in volta protagonisti.

Final Fantasy vide due seguiti su NES, che però non vennero importati in occidente. Era infatti già del 1991 Final Fantasy IV, primo capitolo su Super Nintendo, e per sfruttare il successo del primo gioco anche negli Stati Uniti, fu presa la decisione di tradurre e importare appunto FFIV, rinominandolo Final Fantasy II per non confondere i fan americani. Anche Final Fantasy V fu “ignorato” dal mercato occidentale, e quando fu il turno di Final Fantasy VI, il gioco che analizzeremo in queste pagine, si optò per il titolo Final Fantasy III, dato che era il terzo gioco della serie a vedere una versione in un linguaggio comprensibile per i non nippofili.

Ma la serie vide la punta di massimo successo sul sistema che rivoluzionò il modo di giocare e di vedere i videogiochi, trasformandoli da passatempo di nicchia a vera e propria moda: si tratta ovviamente della PlayStation di Sony. È infatti del 1997 Final Fantasy VII, il capitolo che riuscì a conquistare i giocatori del mondo intero e a fare da apripista ad una vera e propria invasione di JRPG (Japanese Role Playing Game), non solo da parte di Squaresoft ed Enix: anche altre case fino ad allora famose per altri generi si lanciarono sul mercato, creando a volte alcune serie ancora oggi ricordate con affetto dai giocatori. Da menzionare sono sicuramente Suikoden I e II e Vandal Hearts I e II di Konami, la saga di Breath of Fire di Capcom o la serie di Shin Megami Tensei di Atlus, alcune delle quali ancora in vita.

Fu quindi Final Fantasy VII a far sì che il mondo intero conoscesse questo tipo di giochi, consentendo anche a Squaresoft di rispolverare anche i vecchi giochi mai visti in occidente. Fu così che non solo su PlayStation videro la luce FFVIII e FFIX, ma anche compilation come Final Fantasy Anthology (contenente in Europa FFIV e FFV), Final Fantasy Origins (contenente FFI e FFII), Final Fantasy Chronicles (solo in versione US, contenente FFIV e un altro enorme successo di Squaresoft per SNES, quel Chrono Trigger da molti considerato uno dei giochi migliori della storia). E la cosa non si è fermata lì ovviamente, anche i portatili (Game Boy Advance, Wonder Swan, Nintendo DS e PSP) hanno visto la loro versione praticamente di quasi tutti i primi 6 giochi della serie. Fu poi il turno di PlayStation 2, dove cominciarono i problemi. Se infatti Final fantasy VIII ebbe un successo di vendite incredibile, grazie ai fan conquistati al settimo capitolo, e Final Fantasy IX non fu da meno, nonostante si discostasse moltissimo dalle atmosfere degli episodi che l’avevano preceduto ma rendendo omaggio ai primi giochi con citazioni, situazioni e personaggi “classici”, fu la trilogia di giochi per PS2 che fece discutere tantissimo.

Final Fantasy X presentava una storia complicata a metà strada tra fantasy e fantascienza, una minor libertà di esplorazione del mondo e una vicenda linearissima. Final Fantasy XI invece, ultimo capitolo targato Squaresoft, cercò di bissare il successo di World of Warcraft, presentandosi sotto forma di MMORPG (Massive Multiplayer Online Role Playing Game), ma il supporto online per PS2, esclusivo appannaggio della Terra del Sol Levante obbligò la casa di Sakaguchi a farne una versione per PC, che però non raggiunse mai minimamente il fanbase del succitato gioco di Blizzard. Ne risultò quindi un mezzo flop, nonostante si tratti (per ovvi motivi, essendo un titolo con abbonamento mensile) il titolo che ha fatto incassare di più in assoluto alla casa nipponica. Fu poi il turno di Final Fantasy XII, una sfida difficile da presentare, con un sistema di combattimento simile a quello di un MMORPG ma senza componente online, una trama molto rarefatta e politica, personaggi che sembrano a volte presi da Guerre Stellari, ma un team creativo alle spalle di indiscusso valore che però non riuscì a far volare alto un gioco che veniva penalizzato da quel Final Fantasy X-2 (primo esperimenti di seguito diretto per la serie) che aveva ormai abbattuto le speranze dei giocatori nei confronti della saga.

Fu infatti nel 2003 che l’eterna rivale, Enix, acquisì Squaresoft, formando il colosso Square-Enix, attualmente in grosse difficoltà legate alle sue politiche commerciali che riguardano piattaforme nuove come iPhone e iPad, scelte sbagliate come la pubblicazione di un secondo MMORPG (Final Fantasy XIV) che ha dovuto subire un remake totale nella sua seconda incarnazione (intitolata A Realm Reborn) tanto era problematico e mal fatto nella sua versione originale.

Altro grosso errore per la società può essere imputato alla creazione dei veri e propri seguiti dei titoli del passato. All’inizio infatti una delle caratteristiche fondamentali della saga era la totale estraneità tra gli eventi narrati in Final Fantasy I e II (ad esempio), viste le diverse ambientazioni, diverso sistema di sviluppo dei personaggi, e diversi protagonisti, cosa che rendeva ogni capitolo un vero e proprio gioco a se stante. Ma anche i vecchi Final Fantasy hanno visto, a partire da Final Fantasy X, dei seguiti ufficiali alle vicende “lasciate in sospeso”. Abbiamo quindi purtroppo potuto giocare Final Fantasy X-2, Final Fantasy XIII-2 e a Lightning Returns: Final fantasy XIII, ma abbiamo assistito alla nascita anche di Final Fantasy VII: Advent Children (un film in computer grafica), Final Fantasy VII: Before Crisis (un gioco per cellulare), Final Fantasy VII: Crisis Core (su PSP) e Final Fantasy VII: Dirge of Cerberus (per PS2). Tutti giochi uno più brutto dell’altro, titoli che più che andare ad arricchire la visione del mondo originale di partenza ne prendevano spunto per promuovere idee commerciali e cercare di spremere soldi ai fan di quel mitico settimo capitolo.

È innegabile che molti dei problemi legati alla serie siano dovuti all’allontanamento di Hironobu Sakaguchi dopo l’uscita del film Final Fantasy: The Spirits Within e l’entrata in carica di Tetsuya Nomura come produttore e director della serie. Nomura infatti era principalmente il character designer della serie, e a partire da Final Fantasy VII contribuì a cambiare per sempre “la faccia” di Final Fantasy, rendendone i personaggi molto meno eleganti, più “realistici” forse, ma meno verosimili per le ambientazioni fantasy in cui si svolgono le vicende dei suoi protagonisti. Da Final Fantasy VIII in poi li ha trasformati tutti in modelli e modelle giapponesi agghindati in modi pressoché ridicoli, trend che continua ancora oggi, quando Square-Enix deve infatti il grosso dei suoi introiti nel mercato mondiale alle produzioni di case come Eidos, acquistata di recente, e produttrice di successi come Tomb Raider, Hitman e Deus Ex: Human Revolution.

Che ci voglia un “nuovo Final Fantasy” per continuare la corsa, soprattutto ora che una nuova generazione di console si è appena affacciata sul mercato?

Introduzione 2: Perché Final Fantasy VI?

Visto che fu Final Fantasy VII a permettere la seguente invasione di JRPG, perché parlare del sesto capitolo invece? Abbiamo detto che fu proprio quel FFVII e la tecnologia di PlayStation a permettere un salto importantissimo dal punto di vista economico sia per Squaresoft che per il mercato dell’home entertainment. Ma allora perché esaminare l’ultimo capitolo presentato su Super Nintendo invece? Semplice. Al di là del mio personalissimo punto di vista, presenterò solo più avanti dei motivi concreti della superiorità di FFVI rispetto al suo poligonale successore (ne parleeremo nel capitolo 11, “FFVI > FFVII”).

Il motivo vero di questa analisi è da ricercarsi in un savoir faire eccezionale, un’estetica ormai dimenticata (soprattutto da Square-Enix) che rappresentava il punto massimo della narrazione interattiva guidata tipica di questo genere di giochi che rasentava la perfezione tecnica, ma anche e soprattutto stilistica. Ancora oggi, nel 2014, il potere evocativo di alcune delle immagini che vedremo nei prossimi capitoli, è rimasto insuperato. Così come la capacità di convogliare emozioni nonostante le limitazioni tecniche di un hardware oggi obsoleto ma che fa fronte agli anni passati in maniera più dignitosa rispetto al suo successore per PSOne. Se infatti la pixel art è oggi considerata appunto “arte”, se la capacità di animare sprite come quelli che raccontano la storia di Terra, Locke, Celes e compagnia assume un ruolo di rilevanza tra gli amanti del retro-gaming, altrettanto non si può dire dei poligoni grezzi e sgraziati di Final Fantasy VII e VIII.

Provate a giocare su un televisore moderno prima a uno e poi all’altro episodio e vi renderete conto di come il gioco di cui stiamo per parlare sia incredibilmente invecchiato meno peggio rispetto a quello che venne dopo e che sfruttava una tecnologia ben superiore.

Attenzione però, non sto dicendo che Final Fantasy VII sia un brutto gioco, anzi, lo ricordo con affetto e credo che meriti di entrare nelle classifiche dei migliori titoli della serie, insieme a FFIV, FFIX e FFVI ovviamente. Semplicemente, il sesto capitolo della saga rappresenta il livello massimo raggiunto dal team messo in piedi da Sakaguchi, con personaggi memorabili, una storia senza buchi narrativi, un antagonista importantissimo e tantissime idee incredibili da sfruttare per fare in modo che il medium videoludico coniugasse alla pari divertimento e interattività con una vera e propria leggenda carica di significato e messaggi importanti.

Come tanti hanno fatto, nonostante fossi un appassionato di JRPG da tanto tempo (la mia prima esperienza in tal senso è legata a Miracle Warriors su Sega Master System), Final Fantasy VII fu il primo titolo della saga che giocai interamente, innamorandomene perdutamente. Conoscevo FFVI, l’avevo visto giocare solo in parte da un amico, ma quando finalmente misi le mani sul mio Super Nintendo, la mia attenzione fu attirata soprattutto da Chrono Trigger. Erano gli anni del boom di Dragon Ball anche in Italia, ed evitare un gioco con Akira Toryiama nel team creativo era impossibile. Passarono gli anni, e come appena detto, il mio interesse per Final Fantasy fu risvegliato dal settimo capitolo, e da Final Fantasy Tactics e tutti i JRPG che si avvvicendarono su PSOne negli anni.

Fu solo durante il passaggio alla PS2, quando stava per uscire il decimo capitolo della serie, che fu pubblicato FFVI su PSOne. Inutile dire che lo acquistai subito, come avevo fatto con FF Origins e gli altri port/remake/collezioni che erano usciti nel frattempo. Finalmente potevo colmare la lacuna che mi trascinavo dai tempi del Super Nintendo. E giocare a Final Fantasy VI nella sua interezza fu un evento che cambiò il mio modo di vedere i JRPG e i videogiochi in generale. Solo un altro paio di volte mi era capitato di pensare “ecco, ora le cose non saranno più le stesse per me”. La prima era stata con The Snatcher su Mega CD, avventura di Hideo Kojima che ancora oggi rigioco una volta all’anno, e la seconda era invece da attribuire a The Legend of Zelda: Ocarina of Time per Nintendo 64, il gioco che ridefinì per sempre gli action-adventure.

Ecco, allo stesso modo (anche se lo scoprivo con molto ritardo) Final Fantasy VI era stato responsabile del cambiamento. I JRPG grazie a questo titolo potevano finalmente vantare un “qualcosa in più” in grado di innalzare narrativamente tutte le produzioni che lo seguirono: se già FFIV aveva elementi molto maturi all’interno della sua trama, il sesto capitolo della saga di Squaresoft elevava all’ennesima potenza la maturità di quel predecessore e la sublimava perfezionando tutti gli aspetti tecnici e di gameplay per diventare quello che personalmente considero il miglior JRPG della storia e uno dei miei giochi preferiti di sempre.

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