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letteratura, Philip K. Dick, sci-fi

Philip K. Dick – Scorrete Lacrime, disse il Poliziotto

Flow_coverFlow, my tears, fall from your springs,
Exiled for ever, let me mourn

Where night’s black bird her sad infamy sings,
There let me live forlorn.

Flow my Tears – John Dowland, XVI secolo

Ecco come si apre questa ennesima visione futuristica scritta dal mio autore preferito. Con una citazione musicale che da anche il titolo all’opera.
Conosciuto in Italia anche con il più esplicito nome Episodio Temporale, questo breve romanzo di Philip K. Dick, del 1974, mi ha lasciato un po’ perplesso. La storia ci presenta Jason Taverner, famosissimo cantante e presentatore televisivo, alle prese con lo showbiz degli Stati Uniti del “futuro” 1988: amore e tradimenti, progetti e dischi, provini, spettacoli e fan adoranti. Ma è facile, quando si è un Sei: un essere umano geneticamente modificato per essere perfetto. Ma tutto il suo tran-tran quotidiano viene sconvolto quando una sua amante lo uccide. O almeno ci prova. Per salvarlo, viene operato d’urgenza e dopo l’intervento Jason si ritrova in un albergo, privo dei suoi documenti e in salute. Ma c’è qualcosa che non va: nessuno sa chi sia. E non solo i nuovi incontri (fortuiti o meno) non saranno in grado di riconoscerlo, ma anche mettersi in contatto con la sua amante Heather, o con il suo agente Al, sarà inutile. Nessuno ha mai sentito parlare di lui. E da qui in poi la storia segue un iter abbastanza lineare, nonostante tutto, con alcune botte di “fortuna” che lo metteranno sulla buona strada anche troppo in fretta e, inverosimilmente, senza grossi intoppi.
Tra crisi isteriche, interrogatori della polizia e fughe con vecchie conoscenti già sedotte nella sua realtà, Taverner sarà in balia degli eventi e nonostante tutto sarà eccezionalmente fortunato nel riuscire a cavarsela. In un mondo appena abbozzato ma dalle classiche caratteristiche distopiche già incontrate in altri lavori di Dick, qui rese però quasi innocue grazie ai tanti deus ex machina forniti, ultimo dei quali è rappresentato dal ritorno al “suo mondo” grazie ad un evento totalmente indipendente dalle azioni del protagonista.
Si, se vi sembra una delle tante storie di Dick, è lo stesso sentore che ho provato anche io. Ovvio, amando il suo stile e i suoi topoi, speravo nel colpo di scena, nella banconota con la faccia di Joe Chip, per intenderci. E invece nulla, il finale prende sì spunto da Ubik (almeno in parte) ma non convince.

Flow[INIZIO SPOILER]
Come in Ubik infatti è una donna ad avere la chiave di lettura di quello che sta succedendo. Prima  si tratta della giovane Kathy, che però risulterà essere solo pazza, e poi la drogata Alys, sorella di quello che potrebbe essere considerato “l’antagonista” di Taverner: il generale Felix Buckman, il poliziotto del titolo, che cercherà di capire genuinamente cosa sta succedendo e perchè Jason sembra non esistere nel suo mondo.
E la chiave del mistero, proprio come nel romanzo del ’68, è una sostanza chimica, una droga sperimentale che trascina persone legate a chi ne fa uso in un mondo slegato dalla realtà: assumendola, Alys ha trascinato suo fratello, i suoi conoscenti s Taverner, che ammirava genuinamente, in un mondo diverso, tutto suo. E solo l’accidentale morte della ragazza per overdose, “spezzerà l’incantesimo”…
[FINE SPOILER]

Non solo la bombetta di Ubik in grado di ripristinare la realtà viene citata nelle 280 pagine che compongono il romanzo, ma l’intero racconto si configura come la visione del signor Tagomi nella scena finale de La Svastica sul Sole, con la differenza che invece di essere un flash, la situazione di Taverner si protrae per due giorni.
Per non parlare dell’innegabile citazione ai Nexus-6 di Blade Runner: Taverner e Heather sono dei Sei, e si parla anche di “modelli successivi” durante la storia…

Torna anche prepotente la passione di Dick per la musica e per il vinile, la cui presenza è leggermente anacronistica per un racconto ambientato nel futuro.
Per tutti questi motivi non riesco a non catalogarlo personalmente tra i suoi romanzi minori assieme a titoli come Labirinto di Morte o I Nostri Amici di Frolix 8, che una volta letti si lasciano dimenticare facilmente col tempo.
Eppure c’è qualcosa che non mi torna in questa sua appartenenza. Saranno gli echi dei succitati suoi lavori maggiori o semplice entusiasmo da fan?

Flow_2

Quasi mi dispiace infatti scriverne “male”, ma è innegabile il senso che lascia a chi conosce un minimo l’opera precedente di Dick: un misto di deja vu e grande confusione, che ne fanno quasi un romanzo che gode del retaggio superiore che si porta appresso ma non riesce a ritagliarsi una sua identità, come il suo protagonista, in bilico tra due realtà.
Ovvio che chi non è avvezzo alle tematiche dickiane troverà tutto meravigliosamente destabilizzante (l’autore di Berkeley è un maestro in questo), ma se in Ubik le spiegazioni arrivano puntuali (prima di essere splendidamente smentite con un colpo di coda) qui la giustificazione legata alla droga sperimentale KR-9 non convince. L’avrebbe fatto se l’autore avesse mantenuto sempre lo stesso punto di vista, quello di Taverner (rendendolo però il “drogato” della situazione) ma farci percepire i pensieri anche di Buckman è a mio avviso un errore che fa pendere l’ago della bilancia contro il finale del romanzo.
Che però, fino a quel momento, è coinvolgente e ben narrato, ma si da per scontato se si pensa che Scorrete Lacrime viene appunto dopo capisaldi dell’opera dickiana quali i succitati Blade Runner, Ubik o La Svastica sul Sole, che lo hanno consacrato maestro del genere.

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