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letteratura, Philip K. Dick, sci-fi, sci-fi shorts

Impostore – Philip K. Dick

Uno dei tanti racconti brevi di Philip K. Dick da cui il cinema moderno ha tratto una versione su celluloide, Impostore racchiude tutte (o quasi) le tematiche care all’autore di Berkeley, prima tra tutte quella della paranoia e della crisi d’identità: temi che troveranno sfogo nelle sue opere più importanti, quali Ubik o Ma gli Androidi Sognano le Pecore Elettriche?. Datato 1953, è il racconto è reperibile in QUESTO VOLUME edito da Fanucci (del quale è possibile anche leggere un’altra storia breve). Se vi interessa, e siete anglofoni, potreste anche apprezzare questo vecchio sceneggiato radiofonico.

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«Uno di questi giorni mi prenderò un periodo di vacanza» dichiarò Spence Olham, durante la prima colazione. Guardò sua moglie. «Credo proprio di essermi guadagnato un po’ di riposo. Dieci anni sono tanti».
«E il progetto?» «Oh, possono vincere la guerra anche senza di me. E poi, questa nostra palla di fango non corre seri pericoli». Olham si sistemò a tavola, accendendosi una sigaretta. «I telenotiziari modificano apposta i dispacci perché tutti credano che gli Extraspazio ci stiano braccando da vicino. E sai, quando sarò in vacanza, cosa mi piacerebbe fare? Andare fra quelle colline fuori città, a fare un po’ di campeggio, sì, dove già siamo andati quella volta, non ricordi? Io mi sono punto con quell’arbusto velenoso, e tu hai quasi calpestato un serpente».
«Dici, il bosco di Sutton?» Mary si affaccendò con le stoviglie.
«Il bosco di Sutton è andato a fuoco qualche settimana fa. Non lo sapevi? Un incendio scoppiato all’improvviso».
«E non hanno neppure cercato di scoprire perché è successo? » Olham fece una smorfia. «Ah, nessuno s’interessa più a niente. La guerra… soltanto alla guerra riescono a pensare».
Serrò le mascelle mentre tutto stava passando davanti alla sua mente, gli Extraspazio, la guerra, quelle sottili astronavi del nemico… «Ma come si potrebbe pensare ad altro?» Olham annuì. Certo, lei aveva ragione, davvero. Quelle sottili astronavi scure che arrivavano da Alpha Centauri avevano manovrato con estrema disinvoltura intorno ai massicci incrociatori della Terra, lasciandoli indietro, goffi e impacciati come tartarughe. Un combattimento tutto a un solo senso, per tutto il tragitto fino alla Terra.
Per tutto il tragitto, fino a quando l’efficacia della bolla protettiva non era stata dimostrata nei laboratori della Westinghouse.
Innalzata intorno alle più importanti città della Terra, e infine intorno a tutto il pianeta, la bolla era stata la prima difesa, la prima vera risposta agli Extraspazio… come li avevano battezzati i telenotiziari.
Ma vincere la guerra era un’altra faccenda. In ogni laboratorio il lavoro proseguiva giorno e notte su tutti i progetti, senza interruzione, per scoprire qualcosa di più: un’arma in grado di risolvere una volta per tutte il conflitto.
Il suo stesso progetto, per esempio: ventiquattr’ore su ventiquattro, anno dopo anno.
Olham si alzò in piedi, spegnendo la sigaretta. «Come la spada di Damocle. Sempre sospesa sopra di noi. Comincio a stancarmi. Tutto quello che voglio fare è riposare a lungo.
Ma immagino che tutti provino la stessa cosa».
Tirò fuori la giacca dall’armadio e uscì sulla veranda anteriore della casa. Il missile sarebbe arrivato da un momento all’altro, il piccolo, velocissimo autogetto che l’avrebbe trasportato fino al progetto.
«Spero che Nelson non sia in ritardo». Guardò il proprio orologio. «Sono quasi le sette».
«Ecco il getto» annunciò Mary, sbirciando tra le file di case. Il sole brillava dietro i tetti, riflesso dalle pesanti lastre di piombo. L’insediamento era silenzioso. Soltanto poche persone erano in movimento. «Ci vediamo più tardi. Cerca di non lavorare al di là del tuo turno, Spence».

Olham aprì lo sportello della macchina e scivolò dentro, appoggiandosi contro il sedile con un sospiro. C’era un uomo più anziano insieme a Nelson.
«Allora?» fece Olham, mentre il missile schizzava via.
«Sentito qualche notizia interessante?» «Il solito» rispose Nelson. «Qualche nave degli Extraspazio è stata colpita. Un altro asteroide è stato abbandonato per motivi strategici».
«Sarà bello quando saremo arrivati alla fase finale del progetto.
Forse è soltanto propaganda da parte dei telenotiziari, ma durante l’ultimo mese tutta la faccenda ha cominciato a stufarmi. Tutto sembra così serio e cupo. La vita ha perso ogni attrattiva».
«Lei pensa che la guerra sia inutile?» disse d’un tratto l’uomo più anziano. «Ma lei stesso ne è una parte integrante».
«Questo è il maggiore Peters» lo presentò Nelson. Olham e Peters si strinsero la mano. Olham studiò l’anziano.
«Cosa l’ha fatta alzare così presto?» gli chiese. «Non ricordo di averla vista al progetto, prima d’ora».
«No, non lavoro al progetto» disse Peters. «Ma so qualcosa di quello che lei fa. Il mio lavoro è del tutto diverso».
Scambiò un’occhiata con Nelson. Olham se ne accorse e corrugò la fronte. L’autogetto stava guadagnando velocità, sfrecciando attraverso il terreno spoglio e senza vita, verso il lontano schieramento degli edifici del progetto.
«Qual è il suo lavoro?» chiese Olham. «Oppure non le è permesso parlarne?» «Lavoro per il governo» rispose Peters. «Con la FSA, l’organo della sicurezza».
«Oh?» Olham sollevò un sopracciglio. «C’è qualche infiltrazione nemica in questa regione?» «In verità, sono qui per vedere lei, signor Olham».
Olham lo fissò perplesso. Soppesò le parole di Peters, ma non riuscì a tirarne fuori niente. «Vedere me? Perché?» «Sono qui per arrestarla come spia degli Extraspazio. È per questo che mi sono alzato così presto, stamattina. Lo afferri, Nelson».
La canna di una pistola fu cacciata tra le costole di Olham.
Le mani di Nelson tremavano, per l’improvviso rilasciarsi dell’emozione, il volto si era sbiancato. Inspirò a fondo ed esalò un lungo sospiro.
«Dobbiamo ucciderlo adesso?» bisbigliò a Peters. «Credo che dovremmo ucciderlo adesso. Non possiamo aspettare».
Olham fissò il volto del suo amico. Aprì la bocca per parlare, ma non ne uscì nessuna parola. Entrambi gli uomini lo fissavano senza mai togliergli gli occhi di dosso, rigidi e risoluti per la paura. Olham si sentiva stordito. La testa gli girava e aveva preso a dolergli.
«Non capisco» mormorò.
In quel momento l’autogetto lasciò il suolo e schizzò verso l’alto, diretto allo spazio. Sotto di loro l’intera estensione del progetto rimpicciolì sempre di più fino a scomparire. Olham tacque.
«Possiamo aspettare un po’» disse Peters. «Prima voglio fargli qualche domanda».
Olham guardò apaticamente davanti a sé mentre il missile sfrecciava nello spazio.
«L’arresto è stato eseguito» annunciò Peters, rivolto allo schermo. Sullo schermo era comparso il volto del capo della sicurezza. «Ci siamo tolti un bel peso dallo stomaco».
«Qualche complicazione?» «Nessuna. È salito sull’autogetto senza nessun sospetto.
Non sembrava pensare che la mia presenza fosse troppo insolita ».
«Dove vi trovate, adesso?» «Stiamo per uscire dalla bolla protettiva. Stiamo andando alla massima velocità. Possiamo supporre che il periodo critico sia passato. Sono contento che i jet di decollo di questo apparecchio fossero in buono stato di funzionamento. Se a quel punto ci fosse stato un guasto…» «Fatemelo vedere» disse il capo della sicurezza. Fissò Olham là dove sedeva, con le mani sulle ginocchia, lo sguardo fisso in avanti.
«Così, è lui l’uomo». Studiò Olham per un po’. Olham non disse niente. Finalmente il capo fece un cenno con la testa a Peters. «Va bene, è sufficiente». Una lieve traccia di disgusto contrasse i suoi lineamenti. «Ho visto tutto quello che volevo.
Avete fatto qualcosa che sarà ricordato a lungo. Stiamo preparando una qualche specie di citazione per tutti e due».
«Non è necessario» disse Peters. «Quanto pericolo c’è adesso? Ci sono ancora molte possibilità che…» «C’è qualche possibilità, ma non molte. Per quanto ne ho capito, ci vuole una frase-grilletto. In ogni caso dobbiamo correre il rischio. Avvertirò la base lunare che state arrivando ».
«No». Peters scosse il capo. «Farò atterrare la nave fuori, oltre la base. Non voglio metterla a repentaglio».
«D’accordo». Gli occhi del capo ebbero un lampo quando lanciò un’altra occhiata a Olham. Poi la sua immagine scomparve.
Lo schermo si svuotò.
Olham girò lo sguardo al finestrino. La bolla protettiva era già stata superata, e il missile stava aumentando la velocità ad ogni istante che passava. Peters aveva fretta. Sotto di lui, rombando al di là del pavimento, i jet erano regolati sulla massima spinta. Avevano paura. Correvano freneticamente, per colpa sua.
Accanto a lui, sul sedile, Nelson cambiò posizione, mostrando disagio. «Credo che dovremmo farlo adesso» sbottò.
«Darei qualunque cosa per farla finita».
«Stai calmo» replicò Peters. «Ora voglio che tu guidi la nave per un po’, cosicché io possa parlargli».
Si spostò, sgusciando accanto a Olham, guardandolo in faccia. Poco dopo allungò una mano e lo toccò con cautela sul braccio e poi sulla guancia.
Olham non disse niente. Se soltanto potessi farlo sapere a Mary, pensò di nuovo. Se riuscissi a trovare qualche maniera per farglielo sapere. Guardò l’autogetto intorno a sé. E come? Lo schermo? Nelson sedeva al quadro dei comandi con la pistola in pugno. Non c’era niente che lui potesse fare.
Era preso in trappola.
Ma perché?

«Ascolta» cominciò Peters. «Voglio farti qualche domanda.
Tu sai dove stiamo andando. Stiamo andando verso la Luna. Fra un’ora atterreremo sul lato opposto, quello deserto.
Non appena saremo atterrati, sarai consegnato a una squadra di uomini che ti sta aspettando. Il tuo corpo sarà subito distrutto, capisci?» Guardò il suo orologio. «Fra due ore le tue parti verranno sparpagliate sulla superficie lunare. Di te non rimarrà nulla».
Olham lottò per uscire dal torpore che l’aveva invaso.
«Non potreste dirmi…» «Certo, te lo dirò» annuì Peter. «Due giorni fa abbiamo ricevuto un rapporto su una nave degli Extraspazio: era riuscita a penetrare nella bolla protettiva. La nave ha trasportato a terra una spia sotto forma di un robot umanoide. Il robot doveva distruggere un particolare essere umano e prenderne il posto».
Peter fissò Olham con calma.
«Dentro il robot c’era una bomba U. Il nostro agente non sapeva quando la bomba doveva esplodere, ma riteneva che ciò potesse esser fatto pronunciando una particolare frase, un certo gruppo di parole. Il robot avrebbe vissuto la vita della persona da lui uccisa, entrando nelle sue abituali attività, nel suo lavoro, nella sua vita sociale. Era stato costruito per assomigliare perfettamente a quella persona. Nessuno avrebbe potuto accorgersi della differenza».
Il volto di Olham divenne color del gesso.
«La persona che il robot avrebbe dovuto impersonare era Spence Olham, l’alto funzionario di uno dei progetti di ricerca.
Giacché questo particolare progetto si sta avvicinando allo stadio cruciale, la presenza di una bomba animata diretta verso il centro del progetto…» Olham abbassò lo sguardo e fissò le proprie mani. «Ma io sono Olham!» «Una volta che il robot avesse localizzato e ucciso Olham, sarebbe stato semplice prendere il suo posto e vivere la sua vita. È probabile che il robot sia stato sbarcato dalla nave otto giorni fa. È anche probabile che la sostituzione sia stata compiuta durante l’ultimo fine settimana, quando Olham è andato a fare una breve passeggiata fra le colline».
«Ma io sono Olham». Si rivolse a Nelson che sedeva ai comandi. «Non mi riconosci? Sono vent’anni che mi conosci.
Non ti ricordi che siamo stati insieme all’università?» Si alzò in piedi. «Tu ed io eravamo all’università. Avevamo la stessa stanza». Andò verso Nelson.
«Stai lontano da me!» ringhiò Nelson.
«Ascolta. Ti ricordi il secondo anno? Ti ricordi di quella ragazza? Qual era il suo nome…» Si sfregò la fronte. «Quella con i capelli scuri. Quella che abbiamo incontrato a casa di Ted».
«Basta!» Nelson agitò freneticamente la pistola. «Non voglio sentire altro. Lo hai ucciso! Tu… macchina».
Olham guardò Nelson. «Ti sbagli. Non so cosa sia successo, ma il robot non mi ha mai raggiunto. Qualcosa dev’essere andato storto. Forse la nave si è schiantata al suolo». Si girò verso Peter. «Io sono Olham. Lo so. Non è avvenuta nessuna sostituzione. Io sono quello che sono sempre stato».
Si toccò. Si passò le mani sul corpo. «Dev’esserci qualche modo per provarlo. Riportatemi sulla Terra. Un esame ai raggi X. Un esame neurologico, qualunque cosa potrà dimostrarvelo.
O forse potremo trovare il relitto della nave che è naufragata».
Né Peters né Nelson parlarono.
«Io sono Olham» lui disse di nuovo. «So di esserlo. Ma non posso provarlo».
«Il robot» interloquì Peters, «non sarebbe conscio di non essere il vero Spence Olham. Diventerebbe Olham sia nella mente che nel corpo. Gli è stato fornito un sistema artificiale di memoria, falsi ricordi. Assomiglierebbe in tutto a lui.
Avrebbe i suoi ricordi, i suoi pensieri, gli stessi interessi, svolgerebbe il suo stesso lavoro».
«Ma ci sarebbe comunque una differenza: dentro il robot c’è una bomba U, pronta a esplodere nell’istante in cui sarà pronunciata una frase-chiave». Peters si spostò un po’. «È questa la differenza. È per questo che ti stiamo portando sulla Luna. Ti smonteranno e ti toglieranno la bomba U di dosso.
Forse esploderà. Ma non avrà importanza. Non lassù».
Olham si sedette lentamente.
«Arriveremo presto» disse Nelson.

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Rimase appoggiato contro lo schienale, pensando freneticamente mentre la nave perdeva lentamente quota. Sotto di loro, c’era la superficie butterata della Luna, quell’interminabile distesa di sfasciume. Cosa poteva fare? Cosa poteva salvarlo? «Preparati» gli disse Peter.
Fra pochi minuti sarebbe morto. Là sotto poteva distinguere un minuscolo punto, un edificio di qualche tipo. C’erano uomini nell’edificio, la squadra addetta alla demolizione, che lo aspettavano per farlo a brandelli. L’avrebbero squartato, gli avrebbero strappato le braccia e le gambe, l’avrebbero fatto a pezzi. Quando non avessero trovato la bomba, sarebbero rimasti sorpresi; allora avrebbero saputo, ma per lui sarebbe stato troppo tardi.
Olham guardò la piccola cabina intorno a sé. Nelson impugnava ancora la pistola. Non c’era nessuna possibilità da quella parte. Se fosse riuscito a trovare un medico, a farsi esaminare… quella era l’unica maniera. Mary poteva aiutarlo.
Pensò freneticamente, la sua mente galoppava. Soltanto pochi minuti. Gli restava pochissimo tempo. Se fosse riuscito a mettersi in contatto con lei, a farglielo sapere in qualche modo… «Calma» disse Peters. La nave scese lentamente, sobbalzando contro il terreno accidentato. C’era silenzio.
«Ascoltate» disse Olham, con voce impastata. «Posso dimostrare di essere Spence Olham. Chiamate un dottore. Fatelo venire qui…» «Ecco la squadra». Nelson li indicò. «Stanno arrivando».
Fissò nervosamente Olham. «Spero che non succeda niente».
«Ce ne saremo andati prima che comincino a lavorare» spiegò Peters. «Saremo lontani da qui in un momento». S’infilò la tuta pressurizzata. Quand’ebbe finito, prese la pistola a Nelson. «Lo sorveglio io per un momento».
Nelson s’infilò la sua tuta pressurizzata, impacciato per la fretta. «E lui?» indicò Olham. «Gliene serve una».
«No». Peters scosse la testa. «È probabile che ai robot non serva l’ossigeno».
Il gruppo d’uomini aveva quasi raggiunto la nave. Si fermarono in attesa. Peters fece loro il segnale.
«Su!» Agitò la mano e gli uomini si avvicinarono con cautela.
Figure rigide e grottesche dentro le loro tute rigonfie.
«Se aprirete il portello» disse Olham, «significherà la mia morte. Sarà un assassinio».
«Ora apro il portello» fece Nelson, e allungò la mano verso la maniglia.
Olham lo guardò. Vide la mano di Nelson stringersi intorno alla sbarra di metallo. Fra un istante, il portello avrebbe ruotato all’indietro, l’aria dentro lo scafo sarebbe fuggita fuori.
Lui sarebbe morto e allora si sarebbero resi conto dell’errore.
Forse, in un altro momento, quando non ci fosse stata la guerra, gli uomini non si sarebbero comportati in quel modo, trascinando in fretta e furia un individuo alla morte perché avevano paura. Tutti avevano paura, tutti erano disposti a sacrificare il singolo individuo in nome del gruppo.
Veniva ucciso perché non potevano aspettare per accertarsi che fosse davvero colpevole. Non c’era tempo a sufficienza.
Guardò Nelson. Nelson era stato suo amico per anni. Erano andati insieme a scuola. Gli aveva fatto da testimone al matrimonio. Adesso Nelson l’avrebbe ucciso. Ma Nelson non era cattivo; non era colpa sua. Erano i tempi. Forse era stata l’identica cosa durante le pestilenze. Quando sulla pelle degli uomini compariva una macchia, era probabile che venissero ugualmente uccisi, senza un attimo di esitazione, senza nessuna prova, per un semplice sospetto. Nei momenti di pericolo, non c’era nessun’altra alternativa.
Non li biasimava. Ma doveva vivere. La sua vita era troppo preziosa per venir sacrificata. Olham pensò in fretta: cosa poteva fare? C’era niente che potesse fare? Si guardò intorno.
«Ecco che si va» disse Nelson.
«Proprio così» annuì Olham. Il suono della sua stessa voce lo sorprese. Era la forza della disperazione. «Non ho bisogno d’aria. Aprite la porta».
Si arrestarono, guardandolo incuriositi e allarmati.
«Su, aprite. Non fa nessuna differenza». Olham infilò la mano dentro la giacca. «Mi chiedo quanto lontano riuscirete a scappare».
«Scappare?» «Avete quindici secondi da vivere». Dentro la sua giacca le dita si contorsero, il braccio improvvisamente s’irrigidì. Si rilassò, con l’ombra di un sorriso. «Vi sbagliavate sulla frasegrilletto.
Sì, da quel punto di vista vi sbagliavate. Quattordici secondi, adesso».
Due volti sconvolti lo fissarono dalle tute a pressione. Poi lottarono per uscire, si lanciarono di corsa, spalancando con violenza il portello, l’aria uscì con un sibilo acuto, riversandosi nel vuoto. Peters e Nelson schizzarono fuori dalla nave.
Olham li seguì con un balzo, agguantò il portello e lo trascinò verso di sé, chiudendolo. Il sistema automatico di pressurizzazione sbuffò furiosamente, ripristinando l’aria.
Olham lasciò andare il respiro a lungo trattenuto con un rantolo.
Un solo secondo in più… Al di là del finestrino Nelson e Peters avevano raggiunto il gruppo. E subito gli uomini si dispersero correndo in tutte le direzioni. Uno dopo l’altro si buttarono per terra, schiacciati contro il suolo. Olham si sedette al quadro dei controlli.
Azionò i comandi. Mentre la nave spiccava il volo verso il cielo, gli uomini tornarono a rialzarsi e sollevarono gli occhi a fissarla, a bocca spalancata.
«Mi spiace» mormorò Olham, «ma devo tornare sulla Terra ».
Diresse la nave nella direzione da cui erano venuti.

Era notte. Tutt’intorno al piccolo scafo friniva un concerto di grilli disturbando la fredda oscurità. Olham si curvò sullo schermo. Lentamente l’immagine si formò; la chiamata era passata senza nessun guaio. Sospirò di sollievo.
«Mary» disse. La donna lo fissò, lanciando un’esclamazione soffocata.
«Spence? Dove ti trovi? Cos’è successo?» «Non posso dirtelo. Ascolta, devo parlare in fretta. Potrebbero interrompere questa comunicazione da un momento all’altro.
Vai al progetto e chiedi del dottor Chamberlain. Se non ci fosse, chiedi un altro dottore, uno qualunque. Fallo venire a casa, e fai in modo che ci rimanga. Fagli portare delle apparecchiature, raggi X, fluoroscopio, tutto».
«Ma…» «Fai come ti dico. Presto. Fai che sia pronto tra un’ora».
Olham si sporse verso lo schermo. «Va tutto bene? Sei sola?» «Sola?» «C’è qualcuno con te? Nelson… Nelson, o qualcun altro, si è messo in contatto con te?» «No, Spence. Non capisco».
«Va bene. Ci vediamo a casa fra un’ora. E non dire niente a nessuno. Fai venire Chamberlain con qualsiasi pretesto. Digli che stai male».
Interruppe il collegamento e guardò il proprio orologio.
Un istante più tardi lasciò la nave, scendendo nel buio. Doveva percorrere mezzo miglio.
S’incamminò.

Una finestra illuminata: era lo studio. La fissò a lungo, inginocchiato accanto alla recinzione. Tutto era immobile, e silenzioso.
Sollevò il braccio e consultò l’orologio al debole chiarore delle stelle. Ormai, era passata quasi un’ora.
Un autogetto passò in velocità lungo la strada. Non si fermò né rallentò.
Olham continuò a fissare la casa. Il medico doveva essere già arrivato, ormai. Doveva trovarsi all’interno, con Mary, in attesa che lui arrivasse. Fu colto da un dubbio. E se Mary non avesse potuto lasciare la casa? Forse, sì?, avevano intercettato la sua comunicazione. Forse lui stava cadendo dritto in una trappola.
Ma cosa avrebbe potuto fare, altrimenti? Se avesse avuto gli esami medici, i referti, le radiografie, sarebbe stata per lui una possibilità di prova, la salvezza. Se fosse riuscito a farsi esaminare a fondo, se fosse riuscito a restar vivo abbastanza a lungo per affrontare questi esami… Sì, era l’unico modo. E l’unica speranza per lui era dentro quella casa. Il dottor Chamberlain… tutti lo rispettavano. Era il medico-capo del progetto. In questa incredibile faccenda, la sua parola avrebbe avuto un peso decisivo. Sarebbe riuscito a vincere, dimostrando i fatti, tutte le loro isteriche follie.
Follie, sì, era follia. Non potevano aspettare, muoversi con più calma, fermarsi un attimo a riflettere. Non, non potevano.
Lui doveva morire, morire immediatamente, senza alcuna prova né alcun processo o esame. Anche se il più semplice esame avrebbe rivelato la verità, mancava il tempo. Il pericolo: soltanto a questo riuscivano a pensare. Pericolo, pericolo.
Si alzò in piedi e s’incamminò verso la casa. Giunse alla veranda, poi alla porta, e qui si fermò, in ascolto. Niente si muoveva; nella casa regnava un completo silenzio.
Sì, troppo silenzio.
Sostò lì, immobile, accanto alla porta. Dentro la casa, si sforzavano di non fare il più piccolo rumore. E perché mai? La casa era piccola; a pochi metri, sull’altro lato di quella porta, dovevano esserci Mary con il dottor Chamberlain, ma non si udiva il minimo rumore di passi, nessuna voce, niente.
Olham fissò la porta. L’aveva aperta e chiusa migliaia di volte, in passato, al mattino e alla sera.
Appoggiò la mano sulla maniglia. Ma, all’improvviso, la sollevò e suonò il campanello. Si udì il trillo in qualche punto della casa. Ebbe un sorriso: udì un lieve rumore di passi che si avvicinavano.
La porta si aprì. Comparve Mary, e subito, visto il suo viso, capì.
Balzò via di corsa, si tuffò nei cespugli. Comparve un uomo della sicurezza che spinse via Mary e fece fuoco.
Olham si fece strada nei cespugli e, sempre curvo, girò oltre l’angolo. Poi balzò in piedi e si lanciò in una corsa sfrenata nell’oscurità. Un faro sciabolò all’improvviso nella notte, illuminando a giorno la strada davanti a lui.
Si precipitò oltre la strada, scavalcò una recinzione, saltò giù sull’altro lato e attraversò un giardino. Sentì gli uomini che l’inseguivano, agenti del controspionaggio che continuavano a chiamarsi fra loro, mentre avanzavano. Olham rallentò, ansimando, per riprender fiato, col petto che si alzava e si abbassava affannosamente.
Il volto di Mary – l’aveva capito subito, le labbra serrate, gli occhi angosciati e terrorizzati. E se lui fosse andato avanti, e avesse spinto la porta e fosse entrato? Avevano intercettato la sua telefonata ed erano arrivati subito, non appena aveva interrotto. Ed era probabile che lei credesse alla loro storia. Senza alcun dubbio anche lei era convinta che lui fosse il robot!

Olham continuò a correre. Stava distanziando gli agenti, se li lasciava sempre più lontani alle spalle. A quanto pareva, non erano molto bravi nella corsa. Si arrampicò sopra un basso rilievo e discese sul lato opposto. Fra un attimo avrebbe raggiunto di nuovo l’autogetto. Ma dove sarebbe andato, stavolta? Rallentò, si fermò. Vedeva già lo scafo, che si stagliava contro il cielo, là dove l’aveva parcheggiato. L’abitato era dietro di lui; lui si trovava sul bordo della selva tra i luoghi abitati, dove cominciava la foresta e la desolazione. Attraversò un campo spoglio e s’inoltrò fra gli alberi.
Mentre si avvicinava, il portello dell’autogetto si spalancò.
Ne uscì Peters, incorniciato dalla luce. Imbracciava un fucile pesante Boris. Olham si arrestò, irrigidito. Peters sbirciò intorno a sé, nel buio. «So che sei là, da qualche parte» disse.
«Vieni qui, Olham. Ci sono agenti della sicurezza tutt’intorno a te».
Olham non si mosse.
«Ascoltami. Ti cattureremo fra poco. A quanto pare, ancora non credi di essere un robot. La tua telefonata alla donna indica che sei ancora sotto l’illusione creata dai tuoi ricordi artificiali».
«Ma sei un robot. Sei il robot, e dentro di te c’è la bomba.
La frase-grilletto potrebbe venir pronunciata in qualunque momento, da te, da qualcun altro, da chiunque. Quando questo accadrà, la bomba distruggerà ogni cosa per molte miglia intorno. Il progetto, la donna, tutti noi verremo uccisi. Lo capisci? » Olham non disse niente. Ascoltava. C’erano uomini in movimento intorno a lui che gli si stavano avvicinando sgusciando attraverso la vegetazione.
«Se non esci fuori, ti prenderanno. Sarà soltanto questione di tempo. Non abbiamo più l’intenzione di trasportarti fino alla base sulla Luna. Verrai distrutto a vista e dovremo correre il rischio che la bomba esploda. Ho dato ordine ad ogni agente disponibile della sicurezza di convergere su questa zona. Tutto il territorio qui intorno viene setacciato centimetro per centimetro. Non c’è nessun posto dove tu possa andare.
Intorno a questo bosco c’è un cordone di uomini armati.
Ti rimangono press’a poco sei ore prima che l’ultimo centimetro sia stato controllato».
Olham si allontanò. Peters continuò a parlare; non l’aveva affatto visto. Faceva troppo buio per vedere qualcuno. Ma Peters aveva ragione: non c’era nessun posto dove lui potesse andare. Si trovava al di là dell’abitato, alla periferia dove cominciava il bosco. Avrebbe potuto nascondersi per un po’, ma alla fine l’avrebbero catturato.
Solo questione di tempo.
Olham scivolò attraverso il bosco senza far rumore. Miglio dopo miglio, ogni tratto del territorio veniva esaminato, rastrellato, frugato, setacciato. Il cordone continuava a stringersi sempre più, spingendolo dentro uno spazio sempre più ridotto.
Cosa gli rimaneva? Aveva perso la nave, la sua unica speranza di fuga. «Loro» erano a casa sua: sua moglie era al loro fianco, convinta senza alcun dubbio che il vero Olham fosse stato ucciso. Strinse i pugni. Da qualche parte lì vicino c’era la nave degli alieni, che era precipitata, sfasciandosi.
E il robot giaceva al suo interno, distrutto.
Una lieve speranza lo riscosse. E se fosse riuscito a trovarne i resti? E avesse potuto mostrar loro il relitto, i resti della nave, il robot… Ma dove? Dove avrebbe potuto trovarlo? Continuò a camminare, smarrito nei suoi pensieri. In qualche punto con tutta probabilità non molto lontano da lì. La nave aliena doveva essere atterrata nei pressi del progetto; il robot doveva essersi preparato a fare il resto del tragitto a piedi. Risalì il fianco della collina e si guardò intorno. Precipitata e incendiata. C’era qualche indizio, qualche traccia? Lui… non aveva letto niente, sentito niente? Da qualche parte lì vicino, raggiungibile a piedi. Un posto incolto, remoto, dove non ci fosse gente.
D’un tratto Olham sorrise. Precipitata e incendiata… Il bosco di Sutton.
Accelerò il passo.

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Era mattina. La luce del sole filtrava giù attraverso gli alberi spezzati sull’uomo rannicchiato ai margini della radura.
Olham sollevava lo sguardo di tanto in tanto per ascoltare.
Non erano molto lontani, erano a pochi minuti di distanza.
Sorrise ancora.
Sotto di lui, sparpagliata attraverso la radura e in mezzo ai moncherini carbonizzati che un tempo avevano fatto parte del bosco di Sutton, giaceva la massa aggrovigliata d’un relitto.
Luccicava un po’ sotto i raggi del sole, di un cupo bagliore.
Lui non aveva avuto molti problemi a trovarla. Il bosco di Sutton era un posto che conosceva bene; molte volte nella sua vita si era arrampicato lì attorno, quand’era stato più giovane.
Sapeva dove avrebbe trovato i resti della nave aliena.
C’era, lì in mezzo, una cima rocciosa che svettava all’improvviso.
Una nave in fase di atterraggio, che non conoscesse il bosco, aveva poche possibilità di mancarla. E adesso lui era lì, rannicchiato fra gli alberi carbonizzati, a fissare la nave, o ciò che ne rimaneva.
Olham si alzò in piedi. Li sentiva, a pochissima distanza da lì, che stavano arrivando tutti insieme, parlando a bassa voce. Divenne teso. Tutto dipendeva da chi l’avrebbe visto per primo. Se fosse stato Nelson, non avrebbe avuto nessuna speranza. Nelson avrebbe sparato nel medesimo istante. Lui sarebbe morto prima che vedessero la nave. Ma se avesse avuto il tempo di chiamarli, di trattenerli per un momento… era tutto quello che gli serviva. Una volta che avessero visto il relitto, lui sarebbe stato salvo.
Ma se avessero sparato prima… Un ramo carbonizzato crepitò. Comparve una figura che avanzò con passo incerto. Olham tirò un profondo sospiro.
Gli rimanevano soltanto pochi secondi, forse gli ultimi istanti della sua vita. Sollevò le braccia, sforzandosi di vedere chi era.Peters.
«Peters!» Olham agitò le braccia. Peters sollevò la pistola, prendendo la mira. «Non sparare!» La voce gli tremava.
«Aspetta un momento. Guarda dietro di me, nella radura».
«L’ho trovato!» gridò Peters. Gli agenti della sicurezza si riversarono fuori dal bosco carbonizzato tutt’intorno a lui.
«Non sparate! Guardate dietro di me! La nave… la nave- ago. La nave degli Extraspazio. Guardate!» Peters esitò. La pistola tremò.
«È là sotto» aggiunse Olham in fretta. «Sapevo che l’avrei trovata qui. Il bosco incendiato… Mi credete, adesso? Troverete i resti del robot dentro quel relitto. Andate a dare un’occhiata, per favore».
«C’è qualcosa, là sotto» confermò nervosamente uno degli agenti.
«Ammazzatelo!» esclamò una voce. Era Nelson.
«Aspettate». Peters si girò di scatto. «Sono io che comando, qui. Che nessuno spari. Forse sta dicendo la verità».
«Sparategli» insisté Nelson. «Ha ucciso Olham. Da un momento all’altro potrebbe ucciderci tutti. Se la bomba dovesse esplodere…» «Chiudi il becco». Peters avanzò verso il pendio. Guardò in basso. «Guardate». Chiamò due uomini con un cenno della mano. «Scendete là sotto a vedere cos’è».
Gli uomini corsero giù per il pendio e poi attraverso la radura.
Poi si chinarono, frugando tra le rovine della nave.
«Allora?» gridò Peters.
Olham trattenne il fiato. Ebbe un fugace sorriso. Doveva essere là; non aveva avuto il tempo di cercare lui stesso, ma doveva essere là. D’un tratto fu assalito da un dubbio. E se il robot fosse vissuto abbastanza a lungo da riuscire ad allontanarsi? E se il suo corpo fosse stato completamente distrutto, ridotto in cenere dall’incendio? Si umettò le labbra. Il sudore gl’imperlò la fronte. Nelson lo stava ancora fissando: il suo volto era livido. Il suo petto si alzava e si abbassava affannosamente.
«Ammazzatelo» insisté Nelson. «Prima che lui ci ammazzi ».
I due agenti si rialzarono.
«Cosa avete trovato?» chiese Peters. Stringeva la pistola con pugno saldo. «C’è qualcosa?» «Pare ci sia qualcosa. È una nave-ago, senza dubbio. C’è qualcosa accanto».
«Vengo a dare un’occhiata». Peters passò accanto a Olham. Olham l’osservò scendere il pendio ed avvicinarsi agli uomini. Gli altri lo stavano seguendo, aguzzando gli occhi per vedere.
«È proprio un corpo» disse Peters. «Guardate!» Olham si avvicinò con gli altri. Si misero intorno a lui in cerchio.
Sul terreno, contorta e piegata in una maniera strana, c’era una forma grottesca. Pareva umana, forse, salvo per il fatto che era piegata in maniera così strana, con le braccia e le gambe come scagliate in tutte le direzioni. La bocca era spalancata, gli occhi fissi e vitrei.
«Come una macchina schiacciata» mormorò Peters.
Olham esibì un pallido sorriso. «Allora?» fece.
Peters lo fissò. «Non riesco a crederci. Hai sempre detto la verità».
«Il robot non mi ha mai raggiunto» disse Olham. Tirò fuori una sigaretta e l’accese. «È rimasto distrutto quando la nave si è schiantata al suolo. Eravate troppo impegnati con la guerra per chiedervi come mai un bosco sperduto si fosse incendiato tutt’a un tratto. Adesso lo sapete».
Rimase lì continuando a fumare e fissando gli altri uomini.
Stavano trascinando quei resti grotteschi fuori dai rottami della nave-ago. Il corpo e gli arti erano duri, rigidi.
«Adesso troverete la bomba» dichiarò Olham. Gli uomini distesero il corpo sul terreno. Peters si chinò.
«Mi pare di vederne un angolo». Allungò la mano, toccando il corpo.
Il petto del cadavere era stato squarciato. All’interno della ferita spalancata qualcosa luccicava, qualcosa di metallico.
Gli uomini fissarono il metallo senza parlare.
«Quello, ci avrebbe distrutti tutti se fosse vissuto» commentò Peters. «Quella scatola metallica».
Calò un profondo silenzio.
«Credo che ti dobbiamo qualcosa» proseguì Peters, voltandosi verso Olham. «Questo dev’essere stato un incubo tremendo, per te. Se tu non fossi scappato, noi ti avremmo…» S’interruppe.
Olham spense la sigaretta. «Naturalmente, sapevo che il robot non mi aveva mai raggiunto. Ma non potevo provarlo in nessun modo. A volte non è possibile dimostrare subito una cosa. Era tutto qui, il problema. Non avevo nessun modo per provare che ero io stesso».
«Che ne dici di una vacanza, adesso?» disse Peters. «Credo proprio che potremmo trovare il modo di farti avere un mese di vacanza. Così potrai prendertela con calma… rilassarti ».
«In questo momento, vorrei andare subito a casa» rispose Olham.
«Sì, d’accordo, allora» annuì Peters. «Quello che vuoi».
Nelson si era accovacciato al suolo, accanto al cadavere.
Allungò la mano verso il luccichio metallico all’interno del torace.
«Non toccarlo» esclamò Olham. «Potrebbe ancora scoppiare.
Faremo meglio a lasciare che sia la squadra degli artificieri a occuparsene più tardi».
Nelson non disse niente. D’un tratto cacciò la mano dentro il torace, e agguantò il metallo. Tirò.
«Cosa stai facendo?» gridò Olham.
Nelson si alzò in piedi di scatto. Stringeva fra le dita l’oggetto metallico. Il suo volto si era sbiancato per il terrore.
Era un coltello metallico, un coltello-ago degli Extraspazio, coperto di sangue.
«È stato questo a ucciderlo» bisbigliò Nelson. «Il mio amico è stato ucciso con questo». Guardò Olham. «Sei stato tu a ucciderlo con questo e l’hai lasciato accanto alla nave».
Olham stava tremando. I denti gli battevano. Fece passare lo sguardo dal coltello al corpo. «Quello non può essere Olham» disse. La sua mente vorticò, ogni cosa turbinava intorno a lui. «Mi sbagliavo?» Spalancò la bocca.
«Ma se quello è Olham, allora io devo essere…» Non completò la frase, soltanto la prima parte. Lo scoppio fu visibile fino ad Alpha Centauri.

Robot

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